C'è un periodo nella storia dell'Alto Trevigiano unico e irripetibile, in cui, se mai fosse possibile, vorrei ritornare, proiettato da una portentosa macchina del tempo; considerate le possibilità d'errore, qualsiasi data compresa tra il 1520 e il 1555 sarebbe gradita, mentre la destinazione non dovrebbe costituire un problema: pur trovandomi immerso in un paesaggio ricco d'acque e di boschi, i noti profili delle colline finirebbero per orientarmi verso il castello di San Salvatore, adagiato sui primi colli sulla sponda sinistra del Piave.
E qui sarei sicuro di trovarmi in ottima compagnia. Infatti nel 1521, dopo la precoce morte di Leone X, Manfredo V di Collalto è appena rientrato dalla città eterna, dove il conte, avviato alla carriera religiosa, ha visto premiate le sue non comuni qualità con la nomina a cameriere segreto, nonché commensale del dotto pontefice, figlio di Lorenzo de' Medici.
Il ritorno a casa ha comportato delle scelte drastiche, come la rinuncia alla dignità ecclesiastica, legata alla prepositura di Sant'Eustachio, per dedicarsi alla gestione del feudo avito e per coronare il sogno d'amore sposando la bella parente Bianca Maria, fanciulla di rara bellezza e di spiccata cultura, ma di salute cagionevole: messi al mondo i due figli, Collaltino e Vinciguerra, infatti, la nobildonna muore nel 1530, all'età di 27 anni.

È un periodo di lutti in casa Collalto, perché da poco s'è spento anche il conte Sertorio: 36 anni vissuti intensamente e tante ambizioni svanite.
Manfredo non si perde d'animo e non si isola nel suo dolore: da buon mecenate, rafforza i legami d'amicizia contratti a Roma con i personaggi più autorevoli del tempo, in particolare con il Bembo e l'Aretino, orgoglioso d'aver tenuto tra le sue braccia alla salutifera cerimonia del battesimo il piccolo Vinciguerra.
Il castello di San Salvatore è la meta ambita di artisti e letterati: Pietro Bembo raccomanda alla generosità del conte amici dotti, come Benedetto Lampridio, un umanista che contribuì alla formazione di Giovanni Della Casa; l'altro Pietro, il flagello dei principi, appena può lascia Venezia per raggiungere quell'oasi di pace in collina.
Desta stupore che la sua penna, affilata più d'una spada, celebri le virtù dei due giovani, giusto vanto del padre: "Io non so qual regia antichità di progenie abbia in sé la grazia, la modestia, e il senno, che tiene in sé la di lui prole onorata ...". Suscita invece il sorriso l'invidia con cui il padrino guarda il suo protetto, ormai diciottenne: sono costretto - afferma sospirando - a "correre con la mente e pensare alla gioventù ch'ero allora, ed alla vecchiezza che sono adesso".
Riserva solo parole di miele anche al figlio maggiore, Collaltino: "quasi creatura formata di grazia, di gentilezza, di affabilità, di senno, di virtù, di valore, e di nobiltà d'animo; pronto, largo, chiaro, ottimo, grato, mansueto, e sincero", impersona il modello del perfetto cavaliere, che ama la cultura e non disdegna di comporre qualche verso per proprio diletto.
La personalità di Collaltino suscita ancor più l'ammirazione degli animi femminili: dopo l'incontro nei salotti veneziani, s'accende d'amore per il conte il cuore sensibile di Gaspara Stampa, che ne descrive i palpiti nei versi del Canzoniere.
Non c'è dubbio che verso la metà del Cinquecento il Rinascimento abbia ormai raggiunto il suo apice nei feudi dei Collalto e nel restante territorio del distretto: per contro, intorno alle raffinate corti si stendono le ville, dove le laboriose comunità rurali continuano a operare, immerse in un perenne medioevo. La cultura resta preclusa ai villani, spesso derisi per il loro comportamento rozzo dalla retriva produzione letteraria del capoluogo trevigiano, chiuso nel guscio delle mura cittadine.
A completare la rassegna dei grandi, giunge a Nervesa, sulla sponda opposta del Piave, di fronte al castello dei Collalto, monsignor Della Casa, ospite di Vinciguerra Collalto nell'abbazia di Sant'Eustachio, luogo ideale per smaltire la delusione determinata dalla mancata nomina a cardinale, in seguito alla repentina scomparsa dell'amico pontefice Paolo III nel 1549.
Qui Giovanni risiede volentieri, come scrive Bartolomeo Zuccato, con una compagnia di gentiluomini, giovani studiosissimi, e con bellissima corte; donando molto del suo a' poveri, e usando le maggiori cortesie del mondo a chiunque a caso, o per fargli reverenza lo va a visitare.
Oltre a scrivere suggestive rime sul valore della vita e sull'ambiente che lo circonda, sollecitato dal vescovo Galeazzo Florimonte, compone il Galateo.
Il trattato, come si sa, affronta in trenta agili capitoli il tema dei rapporti sociali e vuol essere un prezioso compendio dei comportamenti ottimali "in comunicando et in usando con le genti", per "essere costumato e piacevole e di bella maniera".
Protagonista è un "vecchio idiota", cioè un illetterato, che, avendo acquisito in materia di costumi una preziosa esperienza grazie all'assidua frequentazione delle "corti de' gran signori" e delle nobili brigate, si offre come guida per ammaestrare un giovane, forse Annibale Rucellai, nipote dell'autore: egli si affida, dunque, ai ricordi e alle situazioni concrete, da cui ricava riflessioni e utili indicazioni.
La tesi esposta è senza dubbio originale: se è vero che le virtù garantiscono all'individuo la stima e il rispetto dell'ambiente, è altrettanto certo che il corretto atteggiamento in società favorisce la disponibilità e la benevolenza altrui.
Il precettore nei primi capitoli indica al giovane discepolo la via per diventare nei costumi e nelle maniere grazioso e piacevole; le buone maniere offrono l'opportunità di pervenire ad altissimi gradi nella scala sociale, sopravanzando di gran lunga gli altri, anche se dotati di più nobili e più chiare virtù. Il segreto per accattivarsi le simpatie è presto detto: l'individuo deve temperare e ordinare i modi non secondo il proprio arbitrio, ma secondo il piacere delle persone che frequenta, avendo cura di evitare ogni eccesso, dall'adulazione sfrenata all'assoluta mancanza di discrezione. Emerge evidente l'ideale del giusto equilibrio, caro al mondo classico e rinascimentale, come vuole la massima: in medio stat virtus.
Esistono dei modelli comportamentali adatti a conciliare i gusti di tutti gli uomini, seppur diversi tra loro: è fuor di dubbio che gesti fastidiosi ai sensi finiscono per rendere sgraditi pure i loro autori. Il precettore descrive con ironia ed arguzia le spiacevolezze più diffuse ai suoi tempi: nel modo di fare in pubblico, nel modo di vestire, nel modo di conversare ...
La conclusione logica, ispirata dal buon senso, si può condensare nella frase: "vuole essere la bellezza uno quanto si può e la bruttezza per lo contrario è molti".
A ben riflettere, ancor oggi si sente citare il trattato sulle buone maniere, ma spesso in modo improprio: a volte c'è da chiedersi se chi ne parla l'abbia davvero letto.
Il problema di fondo è comunque un altro: molti dei precetti di allora sono validi pure nel XXI secolo, anzi sarebbero davvero necessari in un'epoca in cui si sta perdendo di vista il vero significato dell'educazione, inteso come un percorso graduale e metodico dalla barbarie alla civiltà, dall'ignoranza alla cultura, senza dover ricorrere a improbabili effetti speciali, degni di albergare solo in squallidi programmi televisivi di moda. Cosa direbbe infatti monsignor Della Casa se salisse sulla macchina del tempo per giungere ai nostri giorni? Catapultato nel 2009, avrebbe un bel po' di problemi, prima di ritrovarsi; una volta ambientato, da uomo socievole probabilmente sentirebbe l'esigenza di scrivere un nuovo Galateo, adeguato alle esigenze della nostra civiltà: trenta agili capitoli, tuttavia, non basterebbero a elencare tutte le spiacevolezze dei tempi moderni. Trenta forse sarebbero dedicati al comportamento dei cittadini nei confronti dei loro simili e dell'ambiente, trenta all'assenteismo dei padri nella formazione dei figli e altri trenta al presenzialismo delle iperprotettive mamme chiocce; un numero senz'altro ragguardevole al comportamento dei bimbi in famiglia, svariando dai giochi individuali alle dinamiche di gruppo, una cinquantina forse basterebbero a migliorare la conversazione degli adulti sulle consuete amenità quotidiane, altrettanti a suggerire un comportamento corretto alla gente nella circolazione stradale ...
No, non è il caso di scomodare monsignore: la sua fatica sarebbe improba e, forse, snobbata dai moderni, che sanno sempre e dovunque come comportarsi o, almeno, lo credono.