Purtroppo è ancora lontano quell’obiettivo: nonostante l’unità, le distanze culturali, storiche e ideali tra le varie parti della penisola e tra i diversi ceti restano. Ci sentiamo italiani durante le guerre, quando la nazionale vince il mondiale, quando all’estero gli stranieri ci riconoscono come tali e noi ne andiamo fieri. Ma continua a esserci disparità tra nord e sud, partiti politici radicalmente opposti, ricchezza da una parte e povertà dall’altra; non c’è uno spirito nazionale totale: ancora oggi un veneto giudica malamente un siciliano, un bergamasco non è assolutamente comprensibile per un romano, un bolognese ritiene le proprie ricette migliori di tutte le altre, un napoletano viene automaticamente ritenuto camorrista e un trentino viene chiamato “crucco”. Ciò non significa aver creato uno spirito e un’identità italiana, non significa aver creato un popolo unito, non significa aver fatto gli italiani.
Eppure viviamo nella terra di Dante, di Manzoni, di Collodi, ma anche di Giotto, di Michelangelo e di Bernini, viviamo in una terra ricca di monumenti ed edifici straordinari, piena di dipinti e di scritti che hanno segnato la storia dell’Europa intera, viviamo in luoghi di grande magnificenza: dalle Cinque Terre liguri alle spiagge di Vieste, dalle Dolomiti all’ isola di Capri, dalle colline toscane alle coste della Sardegna. Tutto questo lo diamo per scontato, non ci badiamo, non ci rendiamo conto di ciò che abbiamo, ma facciamo caso invece alla mafia, ai pochi fondi stanziati per la ricerca e per la scuola, alla mancanza di posti di lavoro, alla difficoltà di integrazione degli immigrati... tutti aspetti che caratterizzano assolutamente l’Italia odierna ma che di certo non sono gli unici, non sono totalmente rappresentativi di quel che siamo.
Sentirsi italiani vuol dire accettare la bella e la brutta faccia della nostra nazione così come quando si fa parte di una famiglia; e, come della nostra casa, così dobbiamo essere orgogliosi del posto dove viviamo. Anzi ne dobbiamo essere addirittura gelosi, perché non abbiamo niente da invidiare ai Russi, agli Americani o agli Asiatici; criticare e giudicare è giusto, ma bisogna farlo in modo obiettivo, essendo disposti al cambiamento e al miglioramento.
E quindi festeggiamolo questo anniversario, festeggiamo la strada che l’Italia ha fatto fin qui, migliorando la nostra terra. Le fondamenta sono state piantate 150 anni fa, il nostro compito ora è quello di costruire una struttura in solido cemento armato in modo che diventi una casa migliore. Per noi e per i nostri figli.