Vikram Chandra (classe 1961) è un rappresentante tipico della nuova letteratura indiana, che è prepotentemente uscita dalle secche del localismo etnico e pittoresco e si è proiettata su un orizzonte globale post-moderno. La stessa vita di questo autore si muove tra Mumbai (Bombay), la città in cui sono ambientate tutte le sue storie, e Berkeley (California), nella cui università insegna scrittura creativa: è come se la sua India gli stesse troppo stretta (!). E un'ampiezza globale ha il mercato delle sue opere, che escono praticamente in contemporanea sulle opposte sponde dell'oceano e che sono tradotte in tutte le principali lingue del mondo.
Tra le sue opere, personalmente preferisco “Amore e nostalgia a Bombay”, anche se l'impianto narrativo e le tematiche qui affrontate sono rintracciabili pure in altri e più ambiziosi romanzi (per esempio “Fuochi sacri”). Maggiore è la ricchezza e autenticità di vita pulsante che mi è parso di trovare nei 5 racconti-lunghi (o romanzi-brevi) che compongono questo indimenticabile libro, tutti ambientati nel presente della megalopoli indiana, nello stesso tempo alludendo ad una più generale condizione umana.
Nel quarto racconto (Artha, o del Profitto), per esempio, voce narrante e protagonista è un giovane programmatore, Iqbal, che è gay e musulmano, due condizioni che entrambe costituiscono ragioni di stigma sociale. Eppure questo non gli ha impedito di costituire una piccola azienda che produce e installa software, insieme a Sandhya, tenace e geniale programmatrice, ma sventata e sprovveduta sentimentalmente (prima il matrimonio con un violento che le ha lasciato un figlio, ora la relazione con un artista che chiaramante si fa mantenere da lei). La macchina narrativa è messa in moto dal fatto che il sistema, che hanno progettato e installato in una grande azienza, non funziona al 100%: i due giovani hanno 13 giorni per individuare l'errore e rifare il lavoro. Se non ci riuscissero, per la loro mini-ditta sarebbe la fine. Naturalmente, fino all'ultimo momento non sapremo come andrà a finire. Ma intanto – ed è ciò che più importa – il lettore ha modo di penetrare nell'anima di questa metropoli e della nuova India. Conoscerà la palestra dove i ragazzi si fanno i muscoli, ma anche il campetto sterrato, ormai assediato dallo sviluppo urbano e dalla speculazione malavitosa, dove resiste ancora per poco un vecchio preparatore di una disciplina tradizionale; conoscerà i ritmi intensissimi di lavoro nelle giovani micro-aziende che vogliono assolutamente vincere nella competizione agguerrita di quel mercato, ma anche i vecchi impiegati che non riescono ad abbandonare le obsolete pratiche di lavoro e i libri contabili in cui hanno speso la gran parte della loro vita; entrerà in una galleria d'arte, con la sua solita variegata fauna di intellettuali, i suoi riti, i giovani artisti smaliziati che son disposti a battere tutte le strade pur di promuovere il loro “prodotto”, ma salirà anche su un treno di pendolari che attraversa gli immensi sobborghi della città tentacolare; comprenderà il problema della difficile coesistenza tra indù e musulmani, ma anche il peso crescente della nuova, rapace criminalità organizzata, che sta mettendo le mani sulla città; entrerà delicatamente in una storia d'amore gay, ma anche in un nucleo familiare post-moderno dove domina la fluidità e la necessità di trovare sempre nuovi equilibri. Veramente l'autore ci accompagna con mano ferma nelle pieghe di questo mondo “in progress”, in continua ridefinizione di sé, che è l'India contemporanea, al di là di qualsiasi mitologia. Non c'è la fascinazione per quella realtà “misteriosa e mistica” che aveva catturato a lungo tanti Occidentali, dall'E.M.Forster di “Passaggio in India”, ai figli dei fiori e ai seguaci della New-Age. Ma non c'è nemmeno il mito della modernità assoluta, della new-economy, del gigante economico proteso alla conquista del mondo. No. Lo sguardo di Vikram Chandra è lucido (anche se si percepisce l'affetto), aperto a 360°, e indaga dal basso la complessità di un presente sfaccettato e impossibile da rinchiudere in una definizione, una formula, una immagine.
E' un presente comunque in cui la grande cultura della tradizione filosofica indiana non è scomparsa. Anzi è sulla teoria dei quattro fini che sono dati all'uomo - e che mettono capo alla libertà assoluta, o moksa, “l'emancipazione dal ciclo stesso della nascita e della morte” - è su questa teoria che l'Autore afferma di aver costruito la successione dei racconti, ognuno dei quali è dedicato ad una di queste grandi finalità: Dharma, Sakti, Kama, Artha, Santi. I racconti hanno una loro autonomia e il lettore italiano può leggerli bene indipendentemente dalla conoscenza di qualsiasi filosofia. Però, quando Vikram svela lo scheletro filosofico su cui ha lavorato, vien da ripensare a tutto il libro e alle singole storie. Vien da ripensare anche al nostro mondo, alla nostra vita: chissà...