Invece è un importante fattore di attrazione il fatto che la protagonista sia una giovane orfana diciottenne, di cui il libro ripercorre anche la storia precedente. Da Tom Jones a David Copperfield a Tom Sawyer, la figura del ragazzo “senza famiglia” (altro celebre caso letterario) è stata il perno di moltissimi romanzi di successo che hanno calamitato l'interesse commosso di generazioni di lettori. Per non parlare di film e telefilm, a partire da quel prototipo che è “Il monello” di Charlie Chaplin. La protagonista di questo libro si chiama Victoria e, complice il demenziale sistema americano di “protezione” dell'infanzia, durante la sua breve esistenza è passata per le mani di 29 (!) diversi affidatari. A mano a mano, ha maturato un atteggiamento di diffidenza nei confronti degli altri e di sfiducia in se stessa, che la hanno condotta a comportamenti sempre più scostanti e aggressivi. Finché, verso i 9 anni, viene data in affido pre-adottivo per un anno ad Elisabeth, una donna che manda avanti un'azienda di produzione di uve, in California. E questa volta sembra possa andare in porto l'adozione, Victoria rimane con Elisabeth per tutto l'anno, maturando un rapporto sempre più intenso, finché il giorno in cui il giudice dovrebbe ratificare la nascita di una nuova famiglia, succede qualcosa... Fatto sta che a 18 anni Victoria si trova sola, sulla strada, chiusa in se stessa come un riccio, incapace di aprirsi e di comunicare. Ha un solo patrimonio con sé ed è il bagaglio di conoscenze in merito ai fiori, lascito dell'anno trascorso con Elisabeth.
I fiori, ecco, i fiori e il significato simbolico connesso ad ognuno di essi. Direi che è questa un'altra delle ragioni dell'interesse di questo libro, quella più originale. Nei secoli scorsi, quando per la rigidità delle convenzioni sociali era difficile parlare liberamente con l' amata, si era elaborato un vocabolario alternativo in cui ad ogni fiore corrispondeva un sentimento, un desiderio, un'emozione. La scelta del fiore da regalare o da indossare, quindi, non era fatta solo sulla base di preferenze estetiche, ma linguistiche, comunicative. Vediamo qualche esempio. Azalea: passione fragile; camelia: il mio destino è nelle tue mani; cardo: chiusura, misantropia... E' curiosa questa simbologia applicata alle piante, in particolare a quelle fiorite: arricchisce degli oggetti che già conosciamo e amiamo per il colore o la forma o il profumo, attribuisce loro un valore nuovo, un differente valore. Scopriamo di aver da sempre amato un fiore che ha un contenuto simbolico che si attaglia alla nostra sensibilità, oppure è francamente imbarazzante. Insomma, l'uso di questo codice sollecita la nostra curiosità e il nostro stupore a partire da qualcosa, il fiore appunto, cui già siamo affezionati.
In conclusione, non è forse un capolavoro destinato agli annali letterari, ma il libro della Diffenbaugh ha fatto uso degli ingredienti giusti per piacere ad un largo pubblico.
Se invece cerchiamo un volume recentissimo che affronti in maniera approfondita la storia del giardino italiano nel secolo appena concluso, allora non si può non consigliare “Una grande casa, cui sia di tetto il cielo” di Annamaria Conforti Calcagni, storica dell'arte, che insegna Storia del giardino presso l'Università di Verona. In un volume che si distingue non solo per il rigore, ma anche per la splendida eleganza e appropriatezza della scrittura, l'autrice ci conduce attraverso una storia parallela del Novecento: sullo sfondo dei grandi eventi e mutamenti politici ed economici, campeggia in primo piano un protagonista insolito: il giardino e le differenti tipologie che lungo i decenni si sono imposte. Il volume, di grande leggibilità e interesse, è arricchito di una serie di pratiche e comode schede su una ventina circa di giardini che sono visitabili e, quindi, può funzionare anche come guida ad una nuova forma di turismo “verde” e intelligente.