La neve e l'inverno sembrano dominare da sempre la fantasia di Chi Zijian, forse la più nota scrittrice cinese delle ultime generazioni. Anche l'ultima sua fatica pubblicata in Italia concede largo spazio alla stagione del freddo e del ghiaccio che, nell'estremo nord-est della Cina (al confine con la Siberia) dove lei è nata e ha trascorso l'infanzia, dura almeno 5 mesi e può raggiungere temperature di -30, -40 gradi.
In “Ultimo quarto di luna”, la voce narrante di una vecchissima sciamana del nomade popolo degli evenchi, racconta la propria storia, che è anche la storia della propria piccola tribù nell'ultimo secolo. E' la dolce e straziante vicenda di uno degli ultimi gruppi di nomadi che hanno resistito all'avanzare della modernizzazione. Ci racconta della loro vita di cacciatori tra le foreste, del loro rapporto simbiotico con le renne, delle loro cerimonie e dei costumi, così diversi dai nostri e così profondamente umani. Colpisce soprattutto il rapporto religioso con la natura: per l'animale cacciato si celebra un rito, la renna che muore deve avere un funerale, la legna per il fuoco viene presa solo dagli alberi rinsecchiti, uno sciamare di farfalle bianche esprime più di tante parole un sentimento di affetto e dolore, i cambiamenti del cielo sono segni, messaggi che la natura-dio rivolge agli uomini. Questa minuta attenzione alla ricostruzione di un mondo e di un modo di vivere irrimediabilmente diverso, si cala all'interno di una narrazione, fitta di personaggi, di vite, di sentimenti, di tragedie, di gioie, di sconfitte. L'attenzione per il popolo degli evenchi, insomma, non sconfina mai nel saggio antropologico, ma è uno degli ingredienti – pur se importante - di un racconto, di una storia di uomini e donne che hanno un loro carattere, delle aspirazioni, dei sentimenti.
Che, nel suo nocciolo, è anche la storia della lenta penetrazione della modernità tra le foreste dell'estremo nord. Una modernità che prima ha il volto bonariamente furbesco dei mercanti di pellicce russi, poi, a partire dagli anni '30, quello dispotico degli invasori giapponesi, infine quello dei cinesi della Repubblica Popolare. Soprattutto nella seconda metà del secolo la penetrazione della modernità - fatta di strade, miniere, città, funzionari, migranti - diviene sempre più invasiva, erodendo a mano a mano le condizioni che avevano permesso il perpetuarsi di una vita ancestrale. Alla fine la tribù decide di arrendersi, abbandonare la foresta e scendere in città. Rimane nelle foreste soltanto la sciamana ormai vecchissima, custode degli spiriti, erede dei riti del proprio popolo e anche della sua storia. Nella sua tenda, che ha un foro in cima per lasciar passare il fumo, la vecchia guarda le stelle e si racconta la storia della propria vita.
Il libro di Chi Zijian si situa molto lontano dalle narrazioni cui ci hanno abituato gli scrittori che leggiamo in questi ultimi anni.Qui hanno un ruolo tutto sommato secondario sia la suspence che l'indagine dei sentimenti. Non che manchino questi ultimi, ma sono utilizzati con estrema parsimonia, appena accennati, quasi con pudore. A prevalere sono la dimensione corale della tribù, la relazione intima con la natura, la soggezione alla storia. E' una dimensione epica, anche se è un epos senza enfasi e senza i grandi eroi che sconfiggono il destino. E ricorda per molti aspetti il bellissimo libro di Jiang Rong, “Il totem del lupo”, anch'esso dedicato ad un popolo seminomade dell'estremo nord della Cina.
Il successo di premi e di vendite di questi due volumi nella Cina della modernizzazione arrembante lascia intravedere un popolo che guarda forse con qualche rimpianto, certo con crescente interesse, al mondo che il suo indubbio successo ha violentemente sradicato.