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Lunedì 19 Settembre 2011 19:07

LE OCCASIONI DI PORDENONE

Scritto da Pierangelo Gobbato
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 Da anni Pordenonelegge si è imposto all'attenzione come l'alter ego di Mantova. Anche qui una accogliente città di provincia, anche qui un territorio ricco di risorse di intelligenza e disponibilità, anche qui una messe quasi infinita di possibilità. Tra le quali non sempre si può scegliere. Infatti, mentre a Mantova esiste la possibilità di prenotare, dietro piccolo pagamento, a Pordenone han scelto di continuare con la più completa gratuità, e ciò comporta il rischio di non poter partecipare all'incontro che ci si era annotati e di dover dirottare altrove. Cosa che può riservare sorprese graditissime, scoperte impensate, aperture di orizzonti. Insomma il caso costringe ad uscire da una strada in fondo conosciuta, e ci avvia verso una terra incognita, talora piena di gradite sorprese.

E' capitato anche a noi, nel pomeriggio finale del festival. Di fronte all'immensità del fiume che ristagnava davanti al Teatro Verdi, in paziente attesa di ascoltare Zigmunt Baumann, indubbiamente il pensatore più citato (abusato?) degli ultimi tempi, i miei amici hanno dirottato sulla presentazione di Balasso al suo libro, “Il figlio rubato”, io su incontro tra Nicola Labanca e Jonh Gooch, un apprezzato storico inglese che presentava il volume appena tradotto in Italia, “Mussolini e i suoi generali”. Si tratta di un libro di storia militare, quindi per certi aspetti molto tecnico; esso però permette anche di ricostruire un'immagine del regime, dei rapporti tra potere politico e militare, di comprendere le ragioni della politica estera aggressiva messa in atto dal regime soprattutto negli anni '30. Con compassata eleganza molto british, John Gooch ha sottolineato il carattere intimamente aggressivo del regime, le sproporzionate mire espansionistiche, la violenza messa in atto durante le guerre coloniali in Libia ed Etiopia, la pericolosità di un regime sottratto al controllo dell'opinione pubblica, l'assoluta impreparazione delle forze armate nel 1940 di cui Mussolini era ben consapevole e che si cercava di nascondere dietro una barriera di fumo propagandistico.

Piacevole anche la presentazione del libro di Balasso, in questo caso non tanto per la compassata enunciazione di riflessioni, quanto per l'irresistibile, scoppiettante e comicissimo show inventato su due piedi dall'autore. Vedendosi davanti un numeroso pubblico, evidentemente egli ha dismesso la veste di scrittore di un giallo e ha in fretta rivestito i panni del comico, scegliendo di seguire la strada dell'ironia sapida e irriverente, del guizzo, della battutaccia, della forzatura linguistica, dell'ammiccamento. Il pubblico lo ha subito seguito – e forse proprio questo si aspettava – e il pur bravo Sergio Frigo, che con lui avrebbe dovuto interloquire, è stato velocemente messo da parte.

Al termine, abbiamo lasciato stare la Clara Sanchez, autrice del best-seller dell'estate, “Il profumo delle foglie di limone” e l'acuta osservatrice di “Una vita accanto”, Maria Pia Veladiano, e siamo approdati da Alicia Giménez-Bartlett, un valore consolidato della narrativa spagnola, tradotta in tutta Europa soprattutto grazie alla fortunata serie noir incardinata sulla figura di una poliziotta, Petra Delicado, e del suo poco virile aiutante, tale Firmin Garzòn. Ed è proprio su questi due amati protagonisti che si sono concentrate le domande del pubblico, che ne parlava e chiedeva come se si trattasse di familiari, di persone veramente conosciute e momentaneamente lontane, e che ci si augura di rivedere quanto prima. E intanto ci si informa presso un comune conoscente. Non è certo una novità questa per il genere giallo, che da più di un secolo, da quel vero e proprio incunabolo che è Sherlock Holmes, sforna delle figure capaci di resistere alla reiterazione e di acquisire una vita indipendente da quella del loro autore. Peraltro, anche Alicia Gimenez-Bartlett ci ha tenuto a distinguersi dalla sua fortunata serie, parlandone come di una tipologia narrativa “leggera”, a cui essa ritorna come per rinfrancarsi, per riprendere fiato ed energie dopo la fatica delle scritture più serie, più sofferte.

Di quest'ultimo tipo è il suo più recente libro, “Dove nessuno ti troverà”, un romanzo storico ambientato negli anni finali della resistenza al franchismo. Protagonista è “la Pastora”, nome di battaglia di un resistente, poi brigante, autore forse di svariati delitti e che si porta appresso lo stigma dell'ermafroditismo. E' una storia di un periodo oscuro e di un personaggio non chiaro della recente storia e l'autrice - ha detto – a volte doveva farsi un bicchierino per riprender coraggio andare avanti. Ora, però, sta già pensando alla prossima avventura dei suoi due eroi, che in parte sarà ambientata in Italia.

Insomma non si è fatto quel che avevamo programmato ma è andata bene ugualmente. Anche perché la giornata si è chiusa con un delicatamente femminile prosciutto di San Daniele e un robustamente virile Cabernet delle Grave friulane. Un prosit alla letteratura ci sta tutto!