Fino al 12 febbraio 2012, Palazzo Zabarella di Padova ospita l'interessante mostra "Il Simbolismo in Italia". In tal modo, questa sede espositiva prosegue il meritorio percorso iniziato ormai da alcuni anni che intende ricostruire e approfondire i momenti cruciali dell'Ottocento italiano, fino ad arrivare alle avanguardie. In particolare, per quanto riguarda il tema della presente mostra, bene hanno fatto i curatori ad aprire una nuova porta e a proporre all'attenzione di un pubblico non solo di esperti un fenomeno culturale abbastanza ignorato. Il Simbolismo, in effetti, in genere si tende a considerarlo come un movimento culturale che ha matrici e sviluppi particolarmente in Francia o nella Mitteleuropa e, per quanto riguarda la Penisola, se ne parla a proposito della letteratura, quella di D'Annunzio e Pascoli in primo luogo. In pittura lo si conosce poco e quel poco si tende a percepirlo come materiale d'importazione, una moda derivante da una mal digerita imitazione di modelli stranieri. E invece, come sostiene uno dei bravi curatori, il prof. Fernando Mazzocca, "il Simbolismo è stato un grande movimento europeo. Che, in Italia, ha cambiato il corso della pittura, facendola entrare nella modernità". Hanno collaborato alla definizione del progetto espositivo e alla individuazione e ricerca dei suoi contenuti anche Carlo Sisi e Maria Vittoria Marini Clarelli, direttore della Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma.
La mostra è organizzata in sezioni tematiche e ripercorrerà la storia della pittura italiana dagli anni Ottanta del XIX sec. per giungere sino alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. Obbiettivo dell'esposizione è anche di documentare i contatti dei nostri pittori con i grandi simbolisti stranieri presenti che intervengonoin Italia, di persona o con le loro opere, dai ricordati preraffaelliti a Böcklin, Puvis de Chavannes, Klinger, Von Stuck, Klimt, che possono essere conosciuti soprattutto grazie alle Biennali di Venezia: a questo proposito è un evento di sicura presa spettacolare la ricostruzione della famosa Sala del Sogno che alla Biennale del 1907 rappresentò la consacrazione ufficiale di un movimento in cui si era per buona parte riconosciuto lo spirito nazionale di fine secolo.
Presupposto fondamentale di questo movimento è che la realtà costituisca non un dato oggettivo, misurabile e incontrovertibile, bensì un depositivo di significati, di suggestioni che l'artista, con i suoi strumenti, la sua poesia, la sua personalità originale, riesce a decodificare. La realtà quindi non è qualcosa di univoco, ma una fonte di suggestioni, di allusioni ad un senso altro, ad una verità più profonda e più vera. L'artista, quindi, è una sorta di poeta-profeta-mago che, mettendo a frutto la sua diversità, la sua non omogeneizzazione, la sua capacità di utilizzare l'irrazionalità, di uscire dalle rotaie del comune modo di pensare e vedere, può pervenire a scorgere nella realtà dei nuovi significati, può condurre a nuove visioni, a “epifanie”(Joyce), “illuminazioni”(Rimbaud). Può ritrovare il “porto sepolto”(Ungaretti), il tesoro che “si cela al fondo”(Saba). In pittura questo tentativo di andare oltre le apparenze presenta delle difficoltà di partenza legate proprio alla specificità del mezzo pittorico, che si avvale di qualcosa di molto fisico, che si serve di immagini, di colori, ecc... La pittura dovrebbe quindi rappresentare delle “cose” (uomini, animali, ambienti, fiori...) e nello stesso tempo dovrebbe riuscire nell'opera di straniamento, di spostare “oltre” il significato della rappresentazione, di alludere a significati che è possibile cogliere solo “dietro il paesaggio” (Zanzotto). Non è cosa semplice e non sempre i pittori presentati in mostra convincono da questo punto di vista; in taluni casi (ad esempio Morbelli) ci si chiede se l'ambito di appartenenza dei quadri esposti non sia più il realismo di denuncia che non l'irrazionalismo simbolista. Comunque, è un percorso senz'altro interessante, che pone dei problemi, che propone una immagine diversa della cultura pittorica italiana, che arricchisce di un nuovo frammento di conoscenza e non si limita a ripetere per la centesima volta quanto è già stato detto e visto.
Unica critica che si può rivolgere all'allestimento è quella di aver reso praticamente invisibili i due capolavori con cui inizia il percorso, vale a dire le grandi madri di Segantini e di Previati: infatti la ristrettezza dell'ambiente e l'angolazione della luce impediscono qualsiasi prospettiva soddisfacente. Comunque, vale la pena vederla questa bella mostra padovana. E chiudiamo con le parole ancora dei bravi curatori: "La forza di questo movimento è stata quella di interpretare e riuscire a rappresentare in pittura, penetrando anche nel territorio dell'inconscio, i grandi valori universali dell'umanità: questa straordinaria avventura artistica verrà ricostruita attraverso i quadri - capolavori ormai entrati nell'immaginario collettivo- dei suoi protagonisti. Se Segantini e Previati rappresentano le due anime del movimento, una più legata alla dimensione della realtà naturale, l'altra a quella dell'immaginazione, Pellizza da Volpedo e Morbelli confermano come il Divisionismo italiano, assolutamente all'altezza delle altre avanguardie europee, abbia raggiunto i suoi risultati più alti proprio quando è entrato nella temperie simbolista".