Milano, Palazzo Reale, fino al 29 gennaio 2012
LA FORZA ARTISTICA DI ARTEMISIA
Una vita da romanzo. Quella di Artemisia Gentileschi, figlia di Orazio, uno dei grandi pittori del Seicento europeo, sembra proprio il canovaccio di un libro appassionante: la frequentazione, ancora bambina dell'atelier del grande padre da cui apprende il mestiere; lo stupro che subisce appena quindicenne, da parte di Agostino Tassi, pittore pure lui e amico del padre; il conseguente processo pubblico che la disonora in tutta Roma; il matrimonio di convenienza che le viene imposto; la fuga a Firenze e i quattro figli di cui solo uno le sopravvive; l'amore segreto con un banchiere fiorentino che per lei subisce anche il carcere; i trasferimenti ripetuti che la portano, dopo Roma e Firenze, a Genova, Venezia, Londra, Napoli; i contatti e le relazioni con i suoi committenti, nobili, sovrani, scienziati; i debitori che non la pagano, i creditori che la rincorrono, i contratti non rispettati; la peste del 1656 che probabilmente se la porta via a Napoli, dove sessantenne vive accanto all'amore della sua vita. Non è un caso che l'opera di Artemisia sia stata imposta all'attenzione del grande pubblico proprio da un romanzo del 1947 dedicato a lei da Anna Banti, e che, ancora nel 2002, una scrittrice americana, Susan Vreeland, l'abbia trasformata nella protagonista di un'altra opera di narrativa, “La passione di Artemisia”.
Questa attenzione biografica ha però distratto l'attenzione dai suoi quadri oppure ha fatto sì che a lungo se ne sia guardata l'opera pittorica come una mera illustrazione della vita, una proiezione metaforica neanche tanto difficile da decriptare dei suoi traumi e della sua pulsione alla rivalsa.
D'altro lato, la sua arte è stata considerata priva di originalità ed autonomia, nient'altro che la prosecuzione, la variazione di quella del grande e celebre padre. Ancora la pur splendida mostra romana di dieci anni fa era dedicata ad Orazio ed Artemisia Gentileschi, quasi fosse impossibile rompere il cordone ombelicale che legava la figlia al padre e fosse impossibile considerare Artemisia nella sua autonomia artistica, fosse impossibile ricostruirne un autonomo profilo di grande creatrice.
Ora, la grande mostra che le dedica Palazzo Reale a Milano (aperta fino al 29 gennaio), si propone proprio di staccarsi da questi stereotipi e di far emergere una delle grandi protagoniste della pittura italiana. Senza dimenticare il padre, certo, e senza dimenticare il più generale ambiente artistico in cui si è formata, e senza nemmeno dimenticare la compenetrazione tra vita artistica e vita privata. Ma come lo si fa per qualsiasi artista di cui si cerca di cogliere l'originalità, la forza creativa e l'intelligenza con cui ha saputo rielaborare gli input provenienti dal contesto.
Dalla mostra di Milano emerge innanzitutto l'immagine di una donna forte, che continua a cercare le proprie strade, che non si lascia fermare e nemmeno guidare dai maschi, che lotta con accanimento per emergere, che sa stare alla pari con i grandi della terra. E, nello stesso tempo, che porta nella sua pittura una forte carica di sensuosa concretezza, di carnale pregnanza, un realismo della carne che si accompagna alla ricchezza tattile delle vesti e degli ornamenti. E che nelle tele impone con forza se stessa, il suo stesso volto, il suo stesso corpo, come una sorta di continuata affermazione di sè. Passando infatti da un quadro all'altro, nelle sue eroine ritroviamo spesso la stessa fisionomia, lo stesso volto volitivo, le labbra carnose, i capelli lunghi e castani, le braccia potenti; e sono tratti che ritroviamo nel ritratto che di lei ha lasciato Simon Vouet, il grande pittore francese suo amico. E' come se Artemisia volesse di continuo affermare la propria presenza, la propria individualità, la propria centralità, sia nelle vesti di Giuditta che taglia la testa di Oloferne, sia in quelle della nuda Susanna spiata dai vecchioni, sia in quelle della tenera Madonna che allatta, sia in quelle della sensuale Maddalena pentita o della delusa Cleopatra. Non è un caso che il femminile protagonismo della grande Artemisia sia stato recentemente considerato come una specie di femminismo ante-litteram e che proprio dei gruppi femministi ne abbiano fatto un simbolo. Non vorremmo, però, che si stesse formando un altro stereotipo di Artemisia e che questo finisse per mettere in secondo piano quello che lei soprattutto è, vale a dire una grande artista, una straordinaria figura intellettuale, degna di entrare a pieno titolo, e senza alcuna aggiunta, nel canone ufficiale della storia dell'arte.