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Sabato 24 Dicembre 2011 14:53

ROMA AL TEMPO DI CARAVAGGIO (1600 - 1630)

Scritto da Pierangelo Gobbato
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Ci sono momenti e luoghi nella storia della cultura in cui la creatività, la riflessione e la bellezza sembrano addensarsi al limite del sopportabile. Si crea, in quei luoghi e in quei momenti, una produzione intellettuale la cui intensità e la cui carica innovativa non cessano di destare meraviglia. Sono, tanto per citare qualche esempio, l'Atene nell'età di Pericle, la Roma di Augusto, la Firenze rinascimentale, la Parigi degli illuministi, la Vienna di Freud, delle connessioni spazio-temporali che inizialmente esercitano una potente forza attrattiva, richiamando a sé quanto di meglio possa alimentare il fuoco della produzione intellettuale e, in un secondo tempo, in genere non molto tempo, spingono lontano da sé quanti si erano temprati nel forno incandescente della creatività. Si assiste, in tal modo, ad una prima fase, centripeta, in cui i tanti creatori che operano gomito a gomito, si contaminano, si imitano, si discutono, si fanno concorrenza, si potenziano reciprocamente; e una seconda fase, centrifuga, in cui essi sciamano lontano, a portare le novità prodotte in altre regioni, dando così avvio ad una nuova generale stagione della cultura. E a un nuovo modo di vedere il mondo.

 

Una tale stagione si produsse nella Roma dei primi decenni del Seicento, quella Roma in cui videro la luce sia la visionaria, meravigliosa trasfigurazione barocca della realtà, sia la necessità di aderire alla verità delle cose con una disposizione analitica da scienziato. Qui, negli anni in cui trionfava la Controriforma cattolica e il soglio di San Pietro era occupato da nobili papi – i Borghese, i Barberini, i Chigi – che trasformavano in committenza culturale le elemosine e i lasciti di mezza Europa, qui si creò un grande cantiere che trasformò perennemente il volto della città e che modificò poi il modo di vedere degli europei.

A quegli anni cerca di avvicinarsi la bella mostra allestita a Palazzo Venezia fino al 5 febbraio, se pur scegliendo di muoversi esclusivamente nell'ambito della pittura e puntando la lente in particolar modo su come il nuovo linguaggio e la nuova, rivoluzionaria visione del mondo proposta da un giovane artista lombardo, fosse stata recepita, rielaborata, modificata nell'incontro con le tante altre interpretazioni della realtà che si esprimevano in quegli anni con la pittura, in particolar modo con il classicismo carraccesco di importazione emiliana. Ed è proprio con un suggestivo confronto tra due pale d'altare di analogo soggetto, la Madonna di Loreto, prodotte da Caravaggio e da Ludovico Carracci che si apre la mostra intitolata “Roma al tempo del Caravaggio”. Una mostra che colpisce in primo luogo per lo splendido allestimento. Infatti, poiché essa allinea la bellezza di 40 pale d'altare, oltre a un centinaio di quadri di destinazione privata, nelle ampie sale del palazzo sono state costruiti altrettanti altari, completi di colonne laterali e timpano sommitale, allineati in fila, l'uno accanto all'altro in uno spazio suggestivamente illuminato. E' un colpo d'occhio formidabile e, nello stesso tempo, una collocazione che dà la possibilità di godere quelle pale in una cornice architettonica simile a quella per le quali erano state fatte.

Dopo Caravaggio e Carracci, sono allineate le opere degli artisti che tra il 1600 e il 1630 furono a Roma, vi lavorarono, ne attinsero stimoli. Tra i tanti meritano di essere ricordati almeno Orazio e Artemisia Gentileschi, Orazio Borgianni, Gianni Baglione, Bartolomeo Manfredi, Lorenzo Bernini, e poi gli emiliani Guido Reni, Domenichino, Giovanni Lanfranco, e i toscani Passignano, Fontebuoni, Bilivert, il veneziano Carlo Saraceni, il napoletano Battistello Caracciolo, il genovese Strozzi. E, accanto agli italiani, ecco arrivare la colonia degli stranieri che approda nella città dove in quel momento si sta producendo il moderno: i francesi Regnier, Vouet, Poussin, lo spagnolo Ribera, gli olandesi Baburen e Gerrit van Honthorst, e altri ancora.

Naturalmente, all'interno di una selezione tanto ampia non tutto è allo stesso livello. Ma l'insieme è senz'altro mozzafiato nella sua capacità di ridarci l'intensità creativa di una generazione e raccontare “una storia ancora sconosciuta al grande pubblico e rendere giustizia e visibilità a quegli artisti che ebbero la sventura di vivere a Roma nei primi decenni del Seicento e che, in tempi moderni, sono stati letteralmente oscurati dalla incredibile popolarità raggiunta da Caravaggio”.

Se poi si vorrà completare il quadro tanto complesso di quegli anni, all'uscita da Palazzo Venezia c'è tutta Roma a disposizione, con la sua urbanistica scenografica e sacra, le sue architetture sorprendenti, la sua fremente statuaria, i soffitti delle chiese aperti verso il cielo infinito da frastornanti trompe-l'oeil, le cappelle trasformate in teatri di sacre rappresentazioni, le fontane più belle del mondo e via dicendo.

 

Una cosa invece non si produsse in questa epoca ed è la grande scrittura: non vi nacquero né vi furono attirati i grandi e più originali scrittori e pensatori europei. Anzi, se poterono si tennero distanti. Non per niente il periodo preso in esame da questa mostra si apre, nel 1600, con il rogo del visionario filosofo Giordano Bruno e si chiude, nel 1632, con la condanna di Galileo all'abiura. L'originalità del pensiero poteva dunque, essere comunicata attraverso le forme sempre ambigue dell'arte figurativa ma non attraverso la chiarezza, la logica dimostrativa della parola e della ragione. Da questo punto di vista, la città dei papi non ebbe nulla da dare all'Europa.

 

Roma al tempo di Caravaggio (1600 - 1630)

Roma, Palazzo Venezia, fino al 5 febbraio 2012