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Lunedì 30 Gennaio 2012 16:46

I BORGHESE E L'ANTICO - Roma

Scritto da Pierangelo Gobbato
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IL RITORNO DEI MARMI BORGHESE

 

Dotato non solo di un patrimonio notevole, rimpinguato con le finanze di Madre Chiesa, ma anche di un infallibile gusto estetico, il principe Scipione Borghese sapeva individuare il vero genio in autori lontanissimi tra loro come Caravaggio, Guido Reni o Bernini. Poteva quindi collezionare opere di straordinario valore dei suoi contemporanei, che andavano ad arricchire la sua veramente principesca raccolta d'arte, la più significativa di tutta Roma e, probabilmente, dell'intera Europa in quell'inizio di Seicento. Nel palazzo di città e, soprattutto nella villa immersa in un grande parco arricchito di fontane, statue, templi, il cardinale Scipione accumulò un patrimonio d'arte il cui centro era, però, costituito dalla incredibile raccolta di marmi antichi, statue, vasi, bassorilievi provenienti soprattutto dagli scavi che si erano fatti nella stessa città di Roma. Per gli scultori di tutta Europa la visita alla raccolta Borghese divenne per un paio di secoli un momento imprescindibile nel percorso di formazione che essi compivano in Italia.

 

All'inizio dell'Ottocento, però, la storia di questa raccolta subì una violenta cesura. In primo luogo ci fu il matrimonio tra il principe Camillo Borghese e Paolina Bonaparte, l'affascinante sorella di Napoleone famosa soprattutto per la statua in cui Canova la trasformò in una nuda Venere vincitrice. Poi intervenne il potente cognato, l'imperatore, che perseguiva l'ambizioso progetto di trasformare il Louvre nel museo più importante d'Europa, specchio artistico della preminenza politica della Francia. Questi chiese in modo pressante al cognato di vendergli la sua celeberrima raccolta di antichità; come fare a dirgli di no, tanto più che Napoleone, vista la parentela, era disposto a pagare il triplo della stima effettuata da tre esperti? In breve, centinaia di opere preziose cominciarono ad arrivare a Parigi mentre il debole principe Borghese venne punito per la sua avidità esosa: non ricevette se non una parte di quanto pattuito.

 

Ora, per la prima volta, 60 delle circa 200 opere “emigrate” ritornano nella loro sede originaria, grazie ad un accordo tra la Soprintendenza di Roma e il Museo del Louvre ed è quindi possibile vederle in quella che era la collocazione che un altro principe Borghese, Marcantonio, pensò per loro alla fine del Settecento. Si tratta di pezzi di grande fascino come la Venere marina, il Centauro cavalcato da Amore, la Polimnia, il Vaso Borghese, l'Ermafrodito, il Sileno con Bacco dormiente, i busti di Lucio Vero e Marco Aurelio. “I Borghese e l'antico” è quindi una mostra – aperta fino ad aprile - estremamente ricca di qualità, sia per la bellezza delle singole opere, sia per la ghiotta occasione di rivedere almeno una parte della raccolta di antichità Borghese a Roma. Quello che non convince è l'allestimento. Le 60 opere, spesso di grandi dimensioni, infatti, sono andate ad aggiungersi alle tante che già affollano i limitati spazi di Villa Borghese, sicché il visitatore fatica a districarsi in tanta abbondanza, sopraffatto quasi da un eccesso di stimoli e sovrapposizioni. Difficile – impossibile per il sottoscritto – concentrarsi sulla singola opera, avviare con essa quel dialogo intimo che deve essere necessariamente connesso con la visione.

Un principe Scipione ridivivo apprezzerebbe sicuramente il ritorno, anche se momentaneo, delle “sue” statue. Apprezzerebbe un po' meno questa sistemazione soffocante che impedisce di goderne a pieno.