Il titolo scelto per questo mio intervento ha suscitato più di qualche perplessità e in fondo anche un poco d'ilarità...perché pare che da sempre donne e silenzio non vadano proprio a braccetto. Eppure, una ragione per definire le donne "motore silenzioso del mondo" c'è e proverò ora a illustrarla.
Ultimamente mi è capitato di leggere questo binomio "motore silenzioso" in diversi articoli di giornale dai più svariati contenuti. "Motore silenzioso della politica italiana" veniva definito il presidente Napolitano "per il suo essere a servizio e garanzia dei cittadini italiani e presenza di richiamo ai più alti valori della politica."
"Motore silenzioso" sono stati definiti gli sherpa, i portatori nepalesi perché senza la loro umile e preziosa opera di trasporto delle merci e di accompagnamento dei viaggiatori verso le mete himalaiane, il turismo in Nepal non esisterebbe. Risorsa essenziale del paese, onesti e infaticabili, rimangono la categoria di popolazione più povera ed esposta a denutrizione e malattie.
"Motore silenzioso" della società italiana è stato definito il terzo settore, quello del volontariato che quotidianamente e gratuitamente sopperisce alle carenze dello stato sociale e garantisce aiuto e assistenza ai soggetti più deboli della nostra società.
E infine, il "motore silenzioso" è una delle caratteristiche più apprezzate di un macchinario o di una vettura perché sinonimo di qualità di prestazioni, di comfort per i passeggeri. Un motore silenzioso lavora senza farsi sentire, senza rivendicare la sua presenza con il rumore dei meccanismi e degli ingranaggi che muove.
Tutte queste analogie che si legano al binomio "motore silenzioso" a me hanno fatto venire in mente l'essenza della vita e del destino delle donne, da sempre impegnate nell'importantissimo e poco riconosciuto lavoro di cura, nel delicato compito di trasmettere e custodire la vita in tutte le sue stagioni e necessità, nel far fronte alle esigenze quotidiane della famiglia, dall'educazione dei figli all'impegno sommerso dei lavori di casa, dalla preparazione del cibo alla gestione del bilancio familiare.
Un ruolo che davvero ricorda quello di un "motore silenzioso perché significa impegno costante e giornaliero, vissuto spesse volte a prezzo del sacrificio di se stesse e delle proprie aspirazioni ma dato per scontato e mai abbastanza riconosciuto, valorizzato e sostenuto socialmente e politicamente, non soltanto nell'emisfero occidentale ma anche e sopratutto nei paesi del Terzo Mondo, dove la centralità della presenza femminile nei processi di sviluppo umano è ormai stata ampiamente provata.
In questi paesi le donne svolgono la maggior parte dei lavori agricoli e garantiscono l'80% della produzione alimentare complessiva, ma nonostante ciò, restano la maggioranza della popolazione mondiale che vive in condizioni di estrema povertà (oltre il 70% dei poveri sono donne!) perché le politiche nazionali e anche quelle di aiuti al Terzo Mondo non hanno ancora riconosciuto alle donne il loro ruolo di "produttrici agricole" capaci di assumersi responsabilità in prima persona, di affrontare specifiche sfide, di superare limiti pesanti quali il mancato accesso ai crediti agricoli e alla proprietà dei terreni che coltivano. Nel mondo le donne possiedono soltanto il 2% della terra e ricevono soltanto l'1% del credito destinato al settore agricolo e dell'aiuto pubblico allo sviluppo, anche se è statisticamente provato che quando le donne hanno accesso ad un reddito tendono a spenderlo per l'acquisto di una percentuale maggiore di cibo per la famiglia, mentre gli uomini tendono in maggior misura a spendere per se stessi.
In tutto il mondo le donne lavorano per un numero di ore maggiore rispetto agli uomini ma solo 1/3 del lavoro femminile è retribuito (mentre quello degli uomini è retribuito per i ¾). A causa dei ruoli sociali spesso discriminanti e della povertà, alle donne sono riservati i lavori saltuari, scarsamente retribuiti, privi di tutele e di riconoscimento sociale, e in caso di cambi climatici o calamità naturali sono loro ad essere colpite più gravemente rispetto al resto della popolazione.
Nonostante il loro ruolo cruciale, le donne sono penalizzate nell'accesso alle risorse economiche, ai servizi e ai saperi che permetterebbero loro di svolgere questo compito con maggiore efficacia.
Oggi si ha l'impressione che l'attenzione per la condizione femminile si stia affievolendo, forse perché per le donne del mondo occidentale è più facile accedere a scelte che avvicinano i loro stili di vita a quelli dell'uomo grazie alle politiche delle Pari Opportunità. Ma nonostante sia stata fatta molta strada per l'affermazione dell'uguaglianza tra uomini e donne, secondo le Nazioni Unite anche nei paesi più sviluppati "la condizione della donna è l'esempio di uno sviluppo globale diseguale, del mancato riconoscimento del contributo delle donne all'economia e al benessere della società". Un contributo che ha un preciso peso economico nel Prodotto Interno Lordo di ogni paese e che qualcuno si è preso la briga di quantificare arrivando a stimare a livello mondiale, una cifra pari a 11 mila miliardi di dollari, un dato enorme, assente da qualsiasi rendiconto economico perché le donne spendono i due terzi del loro tempo in attività non retribuite e perché le categorie attraverso le quali vengono redatti i bilanci non tengono conto degli indicatori di genere, indicatori che se venissero correttamente applicati mostrerebbero che il 53% delle ore lavorate nei paesi in via di sviluppo è delle donne e nei paesi industrializzati il 51% e, nonostante questo, esse ottengono una quota inferiore di reddito, di vantaggi economici e di potere decisionale rispetto agli uomini.
A essere ottimisti si direbbe che esiste una sorta di "cospirazione inconsapevole" per sottovalutare il lavoro delle donne e il loro contributo alla società... e per tenerle lontane dai luoghi dove si esercitano i poteri decisionali.
I dati sopra citati mostrano con evidenza quale sia il contributo femminile al sostentamento della vita e in quanto poco conto sia tenuta l'opinione delle donne riguardo alle scelte che andrebbero fatte per costruire politiche di sviluppo maggiormente efficaci a sostegno della persona e per la soluzione dei drammatici problemi che travagliano i paesi del Terzo Mondo .
Ma a fronte dell'indifferenza dei governi locali e della cecità degli aiuti internazionali sulle questioni di genere, qualcuno ha saputo reagire per garantire a se stessa e al mondo femminile un destino diverso, migliore di quello che la tradizione, la cultura, la politica o gli interessi economici avevano stabilito.
E' su qualche esperienza esemplare che intendo ora richiamare l'attenzione, per la determinazione e testardaggine dei loro "corsi e percorsi" e del loro impegno a favore della biodiversità e dei diritti delle donne. Sono soltanto tre, ma l'elenco potrebbe essere molto più lungo così come i progetti e le realizzazioni che tante altre hanno saputo concretizzare nei continenti dove sono nate e vivono Si tratta di Wangari Maathai, di Vandana Shiva e di Zoubida Charrouf.

Wangari Maathai ha vinto il premio Nobel per la pace nel 2004 per aver fondato negli anni '70 il movimento "Greenbelt" e vent'anni dopo il "National Council of Women of Kenya". Prima donna centro africana a laurearsi, per mantener fede alla promessa elettorale di creare nuovi posti di lavoro fatta dal marito, candidato alle elezioni politiche in Kenya, avvia un progetto che - coinvolgendo le persone più povere e non alfabetizzate delle zone rurali del Kenya (e quindi principalmente donne) - doveva realizzare piccoli giardini per le famiglie abbienti. Grazie alle competenze scientifiche di Wangari però il progetto prende immediatamente un'altra strada, orientandosi verso obiettivi ecologisti: piantare alberi per combattere la desertificazione dei territori rurali, stimolare la biodiversità per salvaguardare l'agricoltura fonte di sostentamento della maggioranza della popolazione, valorizzare le zone verdi già esistenti. Saranno soprattutto le donne dei villaggi più poveri e sperduti a seguire Wangari e a rendere concreto questo progetto che in trent'anni ha coinvolto centinaia di migliaia di donne. Greenbelt ha piantato 30 milioni di alberi, ha avviato corsi di formazione nel settore agricolo, nella silvicoltura e nell'economia di sussistenza, migliorando notevolmente la qualità della vita e ambientale dei territori coinvolti. Dal Kenya si è esteso alla Tanzania, all'Uganda, al Malawi, al Lesotho, all'Etiopia e allo Zimbawe sottolineando, se ancora ve ne fosse bisogno, la centralità della figura della donna nel mondo rurale africano. Per il suo impegno Wangari ha pagato però un prezzo personale altissimo, dapprima ha dovuto abbandonare la carriera universitaria perché aspramente osteggiata dai colleghi in quanto donna, poi ha subito il divorzio dal marito che dichiarò pubblicamente di averla lasciata perché "troppo istruita, troppo forte, troppo riuscita, troppo testarda ed indipendente", e infine per il suo impegno a favore dei diritti umani ha subito il carcere ed è stata minacciata di morte. Ma come ha affermato. "quando cominci a lavorare seriamente per la causa ambientalista ti si propongono molte altre questioni: diritti umani, diritti delle donne, diritti dei bambini, allora non puoi pensare solo a piantare alberi. La zappa è stata per noi lo strumento con cui aprire, nel piccolo, spazi di democrazia. E con quella zappa non abbiamo fatto sconti a nessuno, neppure a noi stesse. Abbiamo scoperto che partecipare significava mettersi in gioco, inaugurare nuovi stili e nuove speranze, lottare contro la corruzione e per i diritti umani a partire dalle nostre piccole storie di villaggio, in una società dove le donne sono cittadine di seconda classe".

Vandana Shiva è indiana, laureata in fisica quantistica e in economia, seguace di Gandhi, da anni è impegnata in difesa della biodiversità, nella diffusione dell'ecologia sociale (una filosofia che collega le tematiche ecologiste a quelle politiche e ambientali ) e fa parte dell'esteso movimento di donne che in Asia, Africa, America Latina critica le politiche di aiuto allo sviluppo attuate dagli organismi internazionali e indica nuove vie alla crescita economica, rispettose della cultura delle comunità locali rivendicando il valore di modelli di vita diversi dall'economia di mercato. Negli anni ‘80 ha fondato il "Centro per la Scienza, la Tecnologia e Politica delle Risorse Naturali" un istituto di ricerca indipendente che affronta i più significativi problemi ambientali in stretta collaborazione con le comunità locali e i movimenti sociali e che per primo ha denunciato gli interessi economici che sottendono le nuove biotecnologie. Negli anni '90 per combattere la diffusione dell'agricoltura intensiva, che stava distruggendo l'agricoltura tradizionale, e il tentativo di privatizzazione delle sementi delle specie alimentari più comuni da parte delle multinazionali, cosa che avrebbe rischiato di affamare la popolazione indiana, fonda il movimento Navdanya (che in Hindi significa "Nove semi") che ha come obbiettivi la protezione dell'integrità delle risorse viventi, la tutela dei semi indiani autoctoni e il loro scambio fra i contadini, la riconversione delle coltivazioni intensive ad un'agricoltura interamente biologica. In quasi vent'anni di attività, alle varie iniziative di formazione di Navdanya hanno partecipato oltre 200.000 persone - senza distinzione di razza, sesso e di religione - aiutando i contadini indiani a migliorare il loro reddito e di a diminuire drasticamente denutrizione e malattie. La posizione di Vandana Shiva è molto radicale rispetto alla cultura e all'economica occidentali, essa sostiene che la produzione agricola e la riproduzione umana (di cui le donne sono le custodi) sono due processi vitali che possono sottrarsi e resistere alla mercificazione perché sono processi naturali e gratuiti. A suo parere, la privatizzazione dei beni e dei servizi pubblici (come ad esempio i semi o l'utilizzo dell'acqua), la mercificazione dei mezzi di sostentamento dei poveri e il loro possesso da parte di monopoli ristretti, vale a dire delle multinazionali agricole, sono un vero e proprio furto ai danni della sicurezza economica e culturale dei popoli, un danno contro la "famiglia terrestre" composta da tutti gli esseri viventi che traggono sostentamento dal nostro pianeta. Una famiglia che lega tutte le forme di vita e tutti gli esseri umani, senza distinzione di razza, di sesso, di classe sociale o culto religioso. Secondo Vandana Shiva, la globalizzazione - concentrando nelle mani di pochi il possesso esclusivo delle risorse naturali a danno dei più deboli e dei più poveri - sta provocando fenomeni sempre più ampi di esclusione economica e sociale, privando milioni di persone della possibilità di vivere una vita dignitosa. E' un prezzo tremendo che si tenta di nascondere ma che è sempre più alto e che sconvolge la vita di milioni di esseri umani e, in molti paesi, ha come conseguenza fenomeni di destabilizzazione sociale e politica con la deriva del terrorismo.
L'impegno di Vandana Shiva oggi è di diffondere una cultura rispettosa delle diversità biologiche ma anche naturali, che consideri la cooperazione per lo sviluppo e la ricerca scientifica dei fenomeni di reale partecipazione con soggetti attivi delle comunità locali e dei movimenti femminili.

Zoubida Charrouf è una docente universitaria marocchina impegnata da anni nello sviluppo della produzione dell'olio di Argan e per il miglioramento della condizione della donna rurale marocchina. L'Argania è un albero endemico tipico della zona sud ovest del Marocco e da sempre è utilizzata dalle popolazioni berbere per le sue molteplici proprietà. Se ne utilizza il legno, le foglie sono il cibo preferito di capre e cammelli, dalle bacche si estrae l'olio di Argan, un ingrediente essenziale della cucina marocchina, ricco di proprietà alimentari, cosmetiche e medicinali. Zoubida Charrouf ha contribuito molto alla diffusione delle conoscenze scientifiche sulle proprietà di quest'olio e dei sottoprodotti dell'Argan, grazie ad un centro di ricerca finanziato da una società pubblica canadese CRDI (Centro di Ricerca per lo Sviluppo Internazionale) . Contestualmente ha anche avviato - attraverso le prime cooperative di lavorazione dell'olio dirette e gestite interamente da donne - un'opera di promozione e valorizzazione della figura femminile, in un contesto particolarmente arcaico e tradizionalista qual è la società rurale marocchina. Grazie al suo impegno, il reddito di molte famiglie povere del sud del Marocco è aumentato e l'afflusso costante di risorse ha permesso di migliorare la qualità delle vita in molti villaggi. Grazie al lavoro delle cooperative femminili che hanno avviato programmi di rimboschimento e di protezione del patrimonio arboreo, le foreste di Argan minacciate dal processo di desertificazione che sta investendo il sud del Marocco a causa della persistente siccità e dello sfruttamento intensivo, stanno pian piano crescendo e sono ora tutelate dal governo nazionale. La nuova prospettiva economica derivante dalla coltivazione e dalla produzione dei derivati dell'Argan sta sensibilizzando la popolazione locale al problema della protezione degli alberi di Argania che, anche quando sono in terreni privati, ora restano proprietà demaniale.
Queste tre figure hanno saputo dimostrare concretamente con il loro vissuto come il binomio donne-vita sia inscindibile, come "corsi e percorsi" spesso conducano lontano dai punti di partenza, dai sentieri battuti per portare frutto altrove, dove magari non si sarebbe immaginato. Sono donne che hanno saputo mettere le loro competenze e conoscenze a servizio degli altri, cercando strade originali e autoctone di sviluppo economico e sociale nello spirito appunto del rendersi un "motore silenzioso" per permettere ad altri di superare le anguste prospettive di esistenze che sembravano immutabili. Esempi positivi che dimostrano come le azioni per lo sviluppo umano, per essere davvero efficaci, debbano tener conto delle prospettive di genere, ovvero di un'accurata lettura della realtà che tenga conto di come vivono e agiscono le donne nella loro quotidianità. Infatti non basta soltanto risolvere i problemi pratici che le donne affrontano ogni giorno, ma bisogna offrire loro anche occasioni per sviluppare le loro potenzialità e costruire processi partecipativi che consentano di influire sulle dinamiche sociali ed economiche. Scrive il premio Nobel Amartya Sen: " Dove le donne stanno bene, tutti stanno meglio", aiutare le donne significa quindi aiutare lo sviluppo di tutta la società.
A margine di queste considerazioni, propongo di aderire alla campagna che Rita Levi Montalcini ha avviato in collaborazione con il CIPSI, che raggruppa 47 associazioni di cooperazione internazionale, affinché il prossimo premio Nobel per la pace del 2010 venga assegnato alle donne africane, che con il loro lavoro umile e quotidiano riproducono ogni giorno il miracolo della sopravvivenza in un continente martoriato da guerre ed epidemie. In occasione del lancio di questa campagna a Roma nello scorso mese di Aprile, una poetessa africana - Elisa Kidanè - ha affermato che "sono in molti ad aspettare sul greto del fiume di vedere passare il cadavere dell'Africa. Ma nonostante l'instabilità politica, i fallimenti dei modelli economici, le guerre e le carestie, il cadavere non è ancora passato. Il cadavere che attendono in molti non passerà, e questo grazie all'energia vitale delle sue donne che impediscono a questa terra che è nostra madre di soccombere. È questo il ruolo fondamentale delle donne, fare da deterrente alla deriva del continente, quindi non solo per il futuro, ma soprattutto per il presente, garanzia sicura del futuro. Senza l'oggi delle donne non ci sarebbe nessun futuro". Offriamo anche noi alle "piccole e grandi formiche africane" che ogni giorno sono un "motore silenzioso" per i loro cari e per i loro villaggi, il nostro sostegno e il nostro appoggio perché vedano riconosciute, in nome di tutte le donne del mondo, il loro - il nostro - contributo alla vita.